Zuppa d’anatra

I più famosi fratelli della storia del cinema, approdati al medesimo direttamente dal vaudeville, iniziarono la loro avventura sul grande schermo riportando più o meno fedelmente scene e gag che tanto successo avevano riscosso a Broadway. Purtroppo il mass media più tecnologico dell’epoca non procurò loro, almeno all’inizio, le stesse soddisfazioni, ma riuscirono nonostante tutto a mantenere il controllo artistico fino al film Zuppa d’Anatra (in originale Duck Soup, 1933, conosciuto anche come La Guerra Lampo dei Fratelli Marx). 
Si tratta del quinto film della loro filmografia, che è in assoluto il loro capolavoro ma che, visto l’insuccesso commerciale, causò un dirottamento verso accomodanti commedie edulcorate, lontane dalla vena anarchica dei primi gioielli. Qui siamo all’apoteosi, il tiranno tutto da ridere Groucho profonde battute a volontà, giocando sui nonsense e sui doppi sensi. I numeri da avanspettacolo, le esibizioni all’arpa e al piano degli altri due, Chico e Harpo (Zeppo è poco più di un figurante, Gummo si è ritirato da tempo), qui non sono presenti, così come la solita storiella d’amore di contorno che negli altri film costituivano un fastidioso ostacolo al ritmo della narrazione, delle gag e del crescendo finale. Qui si scatena liberamente tutta la follia dissacratoria del trio senza interferenze e tutto può succedere in questa – a suo modo feroce – satira antimilitarista, invisa, alla sua uscita, sia ai censori tedeschi (nazisti) che ai nostri (fascisti) che ne proibirono la distribuzione. 
Piuttosto che riassumere l’esile (ma funzionale) plot, ritengo preferibile citare le scene da antologia, tutte irresistibili, come i memorabili duetti con la Dumont («Prenda una carta… La può tenere, me ne rimangono 51»), la celeberrima gag dello specchio (citata, tra gli altri, da Benigni in Johnny Stecchino), i membri del parlamento che cantano allegramente in coro «Finalmente andiamo in guerra!» e il finale tanto assurdo quanto esilarante, con scimmie, elefanti e delfini che corrono in soccorso dei nostri eroi. 
È universalmente riconosciuto che i fratelli Marx abbiano inventato un nuovo modo di far ridere al cinema, alla stregua di Chaplin, Keaton o Stanlio e Ollio; senza di loro non ci sarebbero stati (o sarebbero stati diversi da come li conosciamo) Woody Allen – per sua stessa ammissione – i Monty Python e il trio Zucker-Abrahams-Zucker, tanto per citarne alcuni. L’influenza della loro eredità artistica resiste fino ai giorni nostri.