Una Movida di bollicine

«Italian wine, taste the passion» rilanciano dagli States, che assaporano con la qualità anche la nostra passione per il buon bere e il buon cibo. È il momento d’oro per le bollicine: poco alcolici e briosi, vincono i Prosecchi, dal profumo deciso e inconfondibile, sapore garbato dal buon retrogusto, perlage autentico e fine che rimane a lungo; bollicine che in trasparenza continuano la loro ascesa, una movida persistente. 
Portabandiera della nostra biodiversità varietale, seguono, nel piatto, anche la nostra arte culinaria, quella delle paste ripiene, delle torte salate, dei salumi freschi, dei formaggi a pasta dura, delle italianissime fritture. E la rivoluzione Prosecco ha cambiato anche il modo di intendere l’aperitivo, con un approccio giovane e di stile: struttura, eleganza, persistenza, longevità. Questo spumante fresco e dalla facile beva, è prodotto in Veneto e Friuli Venezia Giulia dove, accanto alla DOC di 9 province, si affianca la DOCG Asolo e la DOCG del Prosecco Superiore della fascia collinare di Conegliano Valdobbiadene, che comprende 15 comuni. In questo territorio viene allevato il vitigno Glera, che nel bicchiere evoca profumi di pera e fiori bianchi e che troviamo in bottiglia per almeno l’85%.  
La storia? Lunga, complessa e controversa. E ancora oggi divisa tra chi sostiene che il Prosecco sia quello nominato addirittura da Plinio il Vecchio (Como 23-Stabia 79 d. C) nella sua Historia Naturalis, il Pucino per intenderci, e chi invece sostiene che da quel vino si sia originato il sanguigno Terrano del Carso, un selvaggio rosso. Entrambi comunque medicine più che vini, raccomandati negli scritti pliniani per le loro virtù salutari: «nec aliud aptius medicamentis indicatur». Il primo come elisir di longevità (vino preferito dalla ottantaseienne Livia, moglie di Augusto), il secondo utile a curare l’anemia, non così rara un tempo. Comunque, il Pucino scomparirà dalla storia per riapparire, in forma letteraria, mille e quattrocento anni dopo, come antenato di uno dei principali prodotti enologici triestini, la Ribolla, e creando le premesse per la nascita, sul finire del Cinquecento, del Prosecco. 
Tornando al nostro, oggi l’ottimo Prosecco Superiore è, nella forma e sostanza, Brut, Extra Dry e Dry. Il Brut, il più secco (residuo zuccherino da 0 a 12 g/l), è ideale con antipasti di pesce e verdure, con primi piatti e a tutto pasto; l’Extra dry, la versione più tradizionale (da 12 a 17 g/l), è ottimo come aperitivo, ma anche su minestre di legumi e frutti di mare, paste con sughi delicati, formaggi e carni bianche, e il Dry (da 18 a 32 g/l.) è adatto anche con dolci a pasta secca o con cibi piccanti della cucina fusion. E si riconosce nel Cartizze, prodotto in una ristretta area di un centinaio di ettari all’interno del comune di Valdobbiadene, una complessità olfattiva che vira verso bouquet di agrumi, rosa, pesca, pera e mela e un piacevole retrogusto di frutta secca: un piccolo gioiello, adatto ad abbinamenti con dolci, crostate e tiramisù. Nelle stagioni giuste, nel cuore del Superiore, si può cogliere il profumo dei fiori e poi degli acini di quell’uva bianca che solo in questo luogo appare così: un territorio che fa la differenza, dove natura e fatica dell’uomo stanno in perfetto equilibrio e dove la biodiversità animale e vegetale gioca a favore delle vigne. Aria limpida di magnifiche colline segno di una passione infinita. Proprio così: “Italian wine, taste the passion”. 
Brindiamo alle feste allora con un Prosecco Superiore, 6-8° C di bollicine a go-go, magari accompagnato da golosi canapé cosparsi di briciole oro e argento…

Marilena Badolato

Antropologa, Scrittrice, Giornalista, Critico Enogastronomico, Blogger