Alla ricerca di Panacea

Al tempo dell’università avevo una coinquilina che passava giornate intere a bollire radici di zenzero. C’era sempre un fornello occupato dal suo bricco fumoso e questo in qualche modo la faceva sentire serena e in salute. Io invece speravo che la sua voglia di bollire zenzero si tramutasse in voglia di farci i biscotti, dato il perenne odore tipicamente natalizio della casa anche a maggio, ma questa è un’altra storia.
Lei era fermamente convinta che lo zenzero fosse un rimedio per tutti i mali. Qui arriviamo al punto di questo articolo: la panacea, quel concetto mitologico che sopravvive da millenni e non solo nella nostra cultura.
Panàkeia per gli antichi Greci era la dea della guarigione e si diceva che avesse una pozione in grado di curare ogni male. Il concetto di questa pozione è sopravvissuto fino ai giorni nostri e ultimamente se ne sono appropriati non solo il settore del food, ma soprattutto quello pubblicitario, perché se ieri erano i saggi e gli oratori a trasmettere la storia e la conoscenza, oggi è la pubblicità a essere veicolo di tradizioni, di cambiamenti e rotture con il passato. Essendo tutti esposti gli uni agli altri, possiamo dire che tutti a modo nostro facciamo pubblicità a noi stessi, e con il web ancora di più.
Certamente lo zenzero avrà lo sue proprietà benefiche – questo nessuno lo nega – ma niente, purtroppo, è panacea. La panacea per noi è un’ancora di salvezza, qualcosa che racchiude tutto, qualcosa che rende tanto con il minimo sforzo.
Questo succede anche in pubblicità: investiamo 1 e pretendiamo 100, e subito. Una volta su un milione può anche succedere, ma poi, per rimanere a quel livello, abbiamo bisogno di tornare a investire pesantemente per creare uno shock, senza magari guadagnare nulla.
L’immagine di una azienda o anche di un ristorante si guadagna con il tempo e con investimenti che siano 1-10-100, ma costanti. Dal semplice logo – che semplice non è – alla pubblicità durante una finale di Champions League, tutto deve essere frutto di una programmazione che si sviluppa in piani da 2 a 5 anni e abbraccia tutti gli ambiti della nostra azienda. Chi non programma è perduto. Programmazione e creatività (parola terribile, ma chiara) sono le uniche armi di cui si dispone per concretizzare gli investimenti fatti.
Nelle piccole imprese spesso questo manca, ci si affida a millantatori che offrono la loro panacea – «questo è il metodo che ti farà guadagnare soldi» – ma che crollano al primo ostacolo, ci si improvvisa di giorno in giorno e si spende denaro inutilmente, costretti a far bollire la propria radice di zenzero tutto il giorno per rincorrere il tempo.
Il tempo va aggredito, non parlate al vostro pubblico in maniera standardizzata come i vostri competitor; non copiate, siate coraggiosi e ascoltate i professionisti del settore – che del vostro successo ne avranno tutto di guadagnato, sia per le loro tasche sia per la loro preziosa reputazione – abbiate cura del vostro prodotto in tutte le sue sfaccettature.
D’altronde parliamo delle radici di un’impresa, che vanno piantate e non bollite.

Emanuele Rocchi

Pubblicità, Strategia, Brand Identity