Rieti, la Venezia d’acqua dolce

Quando i Romani decisero di costruire la Salaria, la più antica via consolare, dovettero fare i conti con un fenomeno particolare che interessava la città di Rieti: l’abbondanza d’acqua.
Grazie a questa, gli abitanti di Roma possono oggi usufruire di ben 500 litri pro capite di acqua potabile al giorno. Pochi a Roma percepiscono questo vantaggio e neppure conoscono le difficoltà affrontate dalla popolazione reatina per contrastare questa copiosità.
Nella pianura dominata dal monte Terminillo e attraversata dal fiume Velino, si raccolgono infatti le acque della piana di San Vittorino, del Canera, dei laghi Lungo e Ripasottile e del lago di Ventina; e, ancora, il Santa Susanna e il Fiumarone. Numerosi sono i torrenti, come l’Ariana e il Turano, che caratterizzano il paesaggio urbano e le sorgenti di Acquacane, Fontanaccio e Fonte Cottorella.
Le ricorrenti piene del Velino resero necessaria la costruzione di un viadotto per elevare la Salaria. Questo, superando il fiume con un solido ponte in pietra, permetteva alla strada di raggiungere la città, sviluppatasi su una rupe, e di evitare allagamenti e impaludamenti. Inglobato nei sotterranei di alcune dimore patrizie reatine, il viadotto è formato da grandiosi fornici di travertino: passeggiando lungo la principale via cittadina, la via Roma, non tutti riescono a immaginare di camminare su un piano rialzato, sostenuto dai resti di un poderoso opera viaria.
Nei sotterranei del civico 48, per esempio, si apre un ambiente straordinario formato da un fornice e da diversi archi, utilizzati come fornaci. Più tardi, tra il Seicento e il Settecento, divennero magazzini – utilizzo testimoniato dalla presenza di antichi dolii oleari della capacità di circa 200 litri l’uno. Interessante sono il magazzino di casa Parasassi e i sotterranei di palazzo Rosati Colarieti, dove sono rintracciabili parte del viadotto e un imponente muro che mostra il piano di inclinazione della via consolare. L’ambiente più antico di palazzo Napoleoni, successivo alla struttura romana, è appoggiato verticalmente a uno degli archi del viadotto. È forse il fornice che è possibile ammirare con maggiore completezza: risulta infatti quello meno interrato ed è caratterizzato, nella parete di fondo, da una botola, che in passato assicurava il passaggio tra i palazzi Napoleoni e Vecchiarelli.
Nella zona più bassa della città, sulla riva destra del Velino, era invece posizionato un porto fluviale, ampio e sicuro attracco per le barche che trasportavano granaglie e altre merci dalla valle reatina fino ai sotterranei degli edifici citati.
La presenza di archi più bassi rispetto a quelli originari testimonia il continuo aumento dell’altezza delle rive del fiume, teso a evitare l’annoso problema delle inondazioni. In passato, infatti, in occasione di piene particolarmente abbondanti, le acque si addentravano per diversi metri lungo l’odierna via del Porto, trasformandola in un canale navigabile. Così Rieti, con stretti condotti formati da case-torre appoggiate al viadotto romano, si trasformava in una piccola Venezia d’acqua dolce.
Insomma, un’interazione continua quella tra la città, le sue acque e il viadotto romano. Oggi, dopo i lavori di sistemazione del Velino – risalenti agli anni Trenta del secolo scorso – e dopo la costruzione delle dighe del Salto e del Turano, l’acqua non costituisce più una minaccia per la popolazione, ma un bene da salvaguardare e uno strumento di studio, attraverso cui comprendere le vicende del passato.