I conigli, la Spagna e il sesso della terra

Presso i Romani, ci dice Varrone, il cuniculus era ritenuto un genere di lepre di origine spagnola e, proprio come la lepre e altra selvaggina, si cacciava o allevava all’aperto, nelle riserve. Specie molto prolifica, forniva pellame e carne delicata, in particolare quella dei neonati o addirittura dei feti (laurices), vere prelibatezze valorizzate in seguito dalla cucina monastica. Queste caratteristiche hanno in seguito portato all’addomesticamento del coniglio selvatico europeo e al moltiplicarsi delle varietà oggi note.
Ma il coniglio può anche essere molto dannoso: grazie alla sua prolificità riesce a popolare nuovi habitat in tempi brevissimi, danneggiando la vegetazione di cui si ciba e alterando i suoli con le sue lunghe e articolate tane sotterranee. Lo sperimentarono gli affamati abitanti dell’isola di Ebusus (Ibiza) che invocarono l’aiuto delle legioni romane per liberarsi dalla piaga dei cuniculi che divoravano i loro raccolti. Lo sanno gli abitanti di Ischia, che hanno dovuto confinare i conigli in profonde fosse per evitare la loro devastante propagazione. E soprattutto lo sanno bene gli australiani, che ancora combattono contro i milioni di discendenti di quei primi conigli improvvidamente introdotti dal Vecchio Mondo e che tanti danni hanno arrecato all’ecosistema.
L’archeozoologia ha dimostrato l’esattezza della tradizione romana poiché i più antichi resti di coniglio selvatico europeo finora scoperti provengono proprio dal sud della Penisola Iberica e sembra che il nome latino di Hispania derivi proprio dall’espressione i-shaphan (isola, o costa dei conigli) con la quale i colonizzatori cartaginesi denominarono quella nuova terra. Il rapporto con la Spagna è ribadito dal poeta Catullo, che la definisce cuniculosa (cioè ricca di conigli selvatici) e l’orecchiuto animale figura sulle monete dell’imperatore Adriano come attributo della Provincia Hispania, sua terra di origine.
La provenienza dell’animale ha fatto supporre che anche il suo nome latino (cuniculus) avesse radici ispaniche e che solo in seguito il termine sia passato a designare, per analogia con le tane, anche i canali sotterranei scavati dall’uomo (cuniculi). Ma, giusto un decennio fa, proprio un linguista spagnolo (Benjamìn Garcìa-Hernàndez) ha dimostrato l’esatto contrario. Secondo lo studioso, cuniculus è in realtà il diminutivo del latino cunnus, organo genitale femminile (coño in spagnolo), con il quale i Romani designarono l’ingresso dei canali scavati dall’animale, secondo lo stesso percorso metaforico che ha generato la parola madriguera (tana sotterranea) dal latino matrix, utero e anche vagina. Si può così riscostruire l’espressione latina lepus cuniculus (la lepre che scava tane-vagine sotterranee) formulata per definire quello sconosciuto genere di lepre scavatrice che i Romani scoprirono conquistando la Hispania.
In altri termini, l’animale ha preso il nome dalla tana uterina che scava nel grembo della Madre Terra, nella quale si riproduce prodigiosamente e dalla quale esce alla vita. L’imbarazzante parentela linguistica, di cui gli antichi erano ben consapevoli, è stata nel tempo rimossa da studiosi ed eruditi, ma è rimasta viva, specie a livello popolare, nell’uso del coniglio e della sua tana come trasparenti allusioni alla sfera sessuale e riproduttiva. Insomma, la Spagna ha inventato la cosa e Roma il nome. Ma questo ce lo aveva già detto ventun secoli fa proprio Varrone, scrivendo che: «i cuniculi (conigli) si chiamano così a causa dei cuniculi (tane) che scavano per nascondersi nei campi».

Paolo Braconi

Docente del Corso di Laurea Ecocal dell'Università degli Studi di Perugia