Il profumo del mosto selvatico

Paul Sutton è appena tornato dalla guerra, ma la moglie lo riceve non troppo calorosamente; deluso, riprende il suo lavoro di rappresentante di cioccolatini e, mentre è in viaggio, conosce per caso in treno Victoria Aragon, giovane donna messicana che gli rivela di essere in attesa di un figlio illegittimo il cui padre si è dileguato 
Il problema è che la ragazza madre dovrà spiegare la situazione alla ricchissima famiglia di origine, tenutaria di un vigneto e molto ligia alle regole della buona società. Si fa aiutare da Paul che, mosso a compassione, si finge il padre del nascituro e il marito della ragazza, con l’accordo di fuggire, lasciando un biglietto di addio, subito dopo essere stato presentato ai familiari di lei: tutto calcolato dunque, se non fosse però che tra i due, durante la vendemmia, nasce l’amore 
Il profumo del mosto selvatico, film del 1995 diretto dal messicano Alfonso Arau, è un tipico esempio di pellicola che sulla carta avrebbe tutte le potenzialità per riuscire benissimo, ma che delude le aspettative per via di una sceneggiatura prevedibile e a tratti tendente al ridicolo. Nel cinema il tutto è spesso diverso dalla somma delle sue parti: gli altri elementi sono perfetti, dal cast (Keanu Reeves, Giancarlo Giannini, Antony Quinn) al regista (lo stesso del delizioso Come l’acqua per il cioccolato), dalla fotografia (Emmanuel Lubezki, con all’attivo una carriera premiata con tre Oscar) alla colonna sonora (Maurice Jarre, quello di Lawrence d’Arabia e Il dottor Zivago, tre Oscar anche per lui) e lo stesso co-sceneggiatore, Robert Mark Kamen – che lasciava ben sperare essendo stato, tra le altre cose, l’ideatore della saghe di Karate Kid e di Transporter. Ma la storia, ispirata al soggetto del film Quattro passi tra le nuvole, è prevedibile fin dall’inizio e si intuisce già dai primi minuti come andrà a finire e quale sarà il destino dei protagonisti; tutto sa di artefatto, il finale è talmente forzato da risultare comico, i toni sono da telenovela argentina. Hitchcock diceva che da una buona sceneggiatura si può anche trarre un capolavoro, ma da una debole non si può che trarre un film mediocre e qui si è verificato decisamente il secondo caso. Ciò nonostante il film merita di essere visto perché, come detto, non tutto è da buttare, anzi! Inoltre, per formare un buon gusto cinematografico occorre vedere anche i film meno riusciti: non vale forse anche per il vino? Più se ne assaggia, meglio si impara a distinguere quello buono da quello meno buono.