Tra Solimano e Omero: a ciascuno il suo caffè

Nel 1594, l’olandese Bernardus Paludanus traduce e commenta il resoconto del viaggio in Oriente del suo connazionale van Lynschoten. Al capitolo sull’abitudine giapponese di bere il tè, Paludanus aggiunge una sua annotazione personale: «In maniera simile i turchi consumano il loro Chaona (caffè), una bevanda ricavata dal frutto che somiglia alla bacca di alloro…Bevono questa bevanda molto calda ogni mattina, a digiuno, nelle loro case… Dicono che li rafforza e li riscalda, libera il respiro e ogni sorta di occlusione».
Nel 1623 Francesco Bacone, descrivendo l’usanza dei turchi di frequentare le case del coffa, sostiene che la bevanda «conforta la mente e il cuore e aiuta la digestione».
Nel 1637 Nathaniel Canopius – fuggito da Creta, allora sotto il dominio turco, e accolto al Balliol College di Oxford – è il primo bevitore di caffè attestato in Inghilterra dove, di lì a poco, nascono le prime coffee houses, sostenute da una pubblicità che dichiara che il caffè «è molto salutare, riscalda, aiuta la digestione, accelera gli spiriti, vivacizza il cuore, cura gli occhi arrossati, la tosse, i raffreddori, l’emaciazione, il mal di testa, l’idropisia, la gotta, lo scorbuto, la scrofola e molto altro».
Nel momento della diffusione del caffè dall’islamico Impero ottomano all’Europa cristiana, l’esaltazione delle sue proprietà mediche e farmacologiche, vere o presunte, dovette contribuire a vincere le prime resistenze verso la nuova, nera e amara bevanda del diavolo, sdoganata e battezzata dalla Santa Romana Chiesa solo ai primi anni del Seicento. Di lì a poco, nel 1615, aprirà a Venezia, porta dell’Oriente, il primo spaccio di caffè della Penisola, in anticipo rispetto alle altre grandi capitali europee. A Vienna sembra che sia arrivato in seguito all’assedio turco del 1683.
Nella Parigi del Re Sole la moda del caffè dilagò grazie all’ambasciatore turco Solimano, che affascinò soprattutto le dame di corte con la sua maniera esotica di servire la nuova, eccitante e curativa bevanda, ispirando una vera e propria turcomania che favorì, nel 1686, la nascita del primo caffè parigino, il celebre Procope, del geniale palermitano Procopio dei Coltelli. Nella natia Palermo, il vero nome della famiglia di Procopio era Cutò, di origine greca; una volta trasferito a Parigi, data l’assonanza con la parola couteaux, coltelli, il cognome italiano venne fantasiosamente reinventato.
Al greco-cipriota Canopius, pioniere del caffè a Oxford, e al palermitano-greco Cutò di Parigi, si può aggiungere un altro greco, quel Nicola della Maddalena che, nel 1760, fondò il Caffè Greco di via Condotti, divenuto vero e proprio simbolo della Città Eterna.
Sembrerebbe dunque che personaggi greci o di antica origine greca abbiano avuto un ruolo importante nella storia europea del caffè, giustamente considerato, allora come ora, una invenzione turca.
Ma si sa, tra Grecia e Turchia non corre buon sangue ed è quindi normale che i greci non abbiano tanto a cuore di rivendicare questo loro importante ruolo storico nella diffusione del caffè turco in Europa e poi nel mondo. Dopo la crisi di Cipro del 1974, il caffè fatto nel bricco metallico dal lungo manico dove si mette la polvere a bollire fino a schiumare (con o senza zucchero) e poi si serve e si sorbisce lasciando la posa sul fondo della tazzina – insomma quella bevanda che ancora oggi si chiama caffè turco – in Grecia si chiama caffè greco. È evidente che l’attributo si riferisca alla preparazione e non all’origine del caffè, notoriamente scoperto in Etiopia, prodotto nella Penisola arabica e poi diffuso, come merce e bevanda, dai popoli islamici e principalmente dai turchi dell’Impero ottomano. Oggi, di quelle antiche origini, resta solo una traccia nel nome di una varietà (arabica) e del modo tradizionale di prepararlo, all’orientale (caffè turco, turkish coffee, cafè turc…) che, tuttavia, sbarcando nella terra di Omero, avremo la delicatezza di chiamare greco.

Paolo Braconi

Docente del Corso di Laurea Ecocal dell'Università degli Studi di Perugia