Mangiare con gli occhi

Amiamo condividere il cibo non tanto in senso fisico – quello lo facciamo solo in alcune occasioni o con persone che amiamo – quanto sui social e in particolare su Instagram.
Tra i post popolari di Instagram sono onnipresenti hashtag come #foodporn, #delicious, #soyummy, #uaufood e così via. Intorno a questi hashtag sono nate tendenze che hanno cambiato la percezione del cibo e hanno influito sul nostro modo di consumarlo. Ad esempio la colazione è passata da una semplice tazza di latte caldo e cereali a un più fotogenico toast con l’avocado. Per questo Instagram è diventato il regno dei gelati al gusto unicorno e di hamburger alti quanto un grattacielo. Ma anche gli altri canali social hanno il cibo come uno dei protagonisti assoluti.
Oggi il cibo è moda, è arte ed espressione di creatività: il cibo fa tendenza. Ma perché così tanto interesse per il cibo da guardare?
Come diceva il gastronomo Apicio, nel I secolo d.C.: «Il primo assaggio è quello con gli occhi». Il nostro cervello si nutre di immagini. Tutti abbiamo provato quella sensazione di formicolio allo stomaco che ci coglie quando vediamo un piatto gustoso. Diverse ricerche dimostrano, infatti, che la semplice vista di piatti belli e belle pietanze stimola alcune aree del cervello, tra cui quella della ricompensa e del gusto. Ogniqualvolta visualizziamo immagini di alimenti succulenti, il nostro cervello simula di mangiare realmente il cibo che stiamo guardando.
È dunque innegabile il potere delle immagini nella comunicazione enogastronomica: il neuromarketing ci insegna che le immagini sono potenti attivatori di attenzione. Una qualità non indifferente se si considera che, secondo alcuni studi, la nostra capacità di attenzione è in progressiva diminuzione: nel 2012 era in media di 12 secondi, solo quattro anni più tardi invece era già scesa ad appena 8 secondi. Saper catturare l’attenzione, dunque, è fondamentale, soprattutto se si considera l’eccessivo affollamento di voci che coesistono all’interno dei vari canali di comunicazione.
Ci sono, poi, evidenze percettive che non possono essere ignorate: basterebbero per esempio i primi 17-50 millisecondi perché, chi legge un post sui social o guarda uno spot, formuli la sua prima impressione a riguardo. Allo stesso modo, basta coinvolgere lo spettatore per i primi 2.6 secondi per farlo restare, evitando il rimbalzo da un contenuto all’altro.
Se è vero che si possono creare immagini coinvolgenti, piatti che stupiscano e sorprendano – a volte anche eccedendo – è altrettanto vero e di fondamentale importanza che la comunicazione nel campo enogastronomico debba ambire a produrre anche un aumento di consapevolezza riguardo ciò che si mangia. Si dovrebbe puntare a una nuova scoperta dell’ingrediente e del suo valore come fatto culturale, sfruttando la potenza evocativa e comunicativa dei diversi canali, a tutto vantaggio di una comunicazione visuale più efficace e vera. Oggi rischiamo di passare dalla gastronomia alla gastromania, con il pericolo concreto che i contenuti di valore e di qualità vengano sommersi da una valanga di finzione.

Foto: Veramente Cipolla

Federico Minelli

Esperto in Immagine e Comunicazione