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Il non premio di Einstein

Un evento storico che ha riconosciuto la grandezza del più importante scienziato del XX secolo

«Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività».
Quest’anno si celebra il primo centenario del Premio Nobel per la Fisica del quale Albert Einstein fu insignito nel 1921 con la seguente motivazione: «Ad Albert Einstein, per i suoi servizi alla fisica teorica e specialmente per la sua scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico». Un evento storico che ha riconosciuto la grandezza del più importante scienziato del XX secolo, la cui fama e autorevolezza supera ogni limite temporale. Curiosamente il Nobel non gli venne riconosciuto per la sua più importante scoperta: e pensare che la teoria della relatività, la negazione dell’esistenza di spazio e tempo assoluti e la constatazione che la velocità di propagazione della luce rispetto a un qualsiasi osservatore è sempre la stessa segnarono una vera e propria svolta epocale.
Albert Einstein nacque il 14 marzo 1879 a Ulm, in Germania, da una famiglia di origine ebraica proprietaria di un’azienda di macchinari elettrici. A causa di problemi economici, lasciarono la Germania per l’Italia. Albert si iscrisse al Politecnico Federale di Tecnologia (ETH) di Zurigo, dove si laureò nel 1900 e prese la cittadinanza svizzera. Nel 1903 sposò Mileva Maric, sua collega di università. Da lei ebbe quattro figli. I due si separarono nel 1914. Il divorzio durò molto tempo e fu definitivo solo nel 1919, causando molta sofferenza.
Pur lavorando, la sua curiosità – è sua la frase «Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso» – lo ha sempre stimolato a mantenersi in contatto con il mondo accademico. Pubblicò, nel 1905, tre lavori. Il primo affrontava il tema della luce, il secondo il moto browniano – sulla cui teoria si è poi sviluppata l’ipotesi della natura atomica della materia – e il terzo sulla teoria della relatività ristretta. Sempre nel 1905 ricevette un incarico all’Università di Zurigo, dopo una parentesi presso la Charles University di Praga. La sua carriera accademica lo portò poi a Berlino, dove rimase per quasi un ventennio e dove sposò la cugina Elsa Einstein. Anche Elsa era al secondo matrimonio e dal primo aveva avuto tre figli, due femmine e un maschio, morto prematuramente. Albert dette alle due ragazze il suo cognome e formarono una famiglia unita fino alla morte di Elsa, avvenuta all’età di sessant’anni dopo una dolorosa malattia.
Nel 1916 Albert pubblica la sua opera principale sui fondamenti della teoria della relatività generale, frutto di oltre dieci anni di studio. Fu anche molto attivo nell’attività di divulgazione scientifica, tenendo conferenze in giro per il mondo. Nel 1932, per motivi razziali, lasciò la Germania, stabilendosi negli Stati Uniti, a Princeton, e nel 1944 ottenne la cittadinanza americana. Si prodigò per sostenere gli ideali di pace contro ogni forma di violenza. Profondamente drammatico per lui fu il fatto di dover prendere posizione in merito al progetto di preparazione della bomba atomica. Nel 1939 venne sollecitato anche da Enrico Fermi, oltreché da scienziati tedeschi rifugiatisi in America, perché inviasse una lettera all’allora Presidente Roosevelt per sostenere il progetto. Spinto dalla convinzione degli scienziati americani che quelli della Germania nazista potessero sviluppare questa tecnologia a fini ideologici, dovette accantonare la sua filosofia pacifista e scrivere la lettera che dette il via al progetto Manhattan Engineer District-MED. Dopo il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, lottò con tutte le sue forze alla diffusione dell’uso pacifico dell’energia atomica. Per lui ha rappresentato un dramma esistenziale essere considerato impropriamente il padre della bomba atomica. Celebre la sua frase connotata da amara ironia: «L’uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi».

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