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SANGIOVESE: il purosangue del vino

Sangiovese era coltivato sia dagli Etruschi sia, in seguito, dai Romani. È perlomeno possibile, quindi, la derivazione dal latino jugalis (passato, per esempio, nel francese antico a jouelle per indicare il sostegno somigliante a un

È forte il Sangiovese, ma longilineo: se fosse un pugile tirerebbe di boxe nella categoria dei leggeri, dove non conta la forza bruta ma una scherma agile, dinamica, tecnica. E ancora, è un vitigno insolito, quasi pirandelliano, a cui bisogna dedicare molto tempo. Curiosando e navigando nel web queste sono alcune delle sensazioni che si raccolgono tra estimatori e addetti ai lavori a proposito del Sangiovese. Vitigno e uva dall’etimo, parrà strano visto che si tratta di un’icona enologica celebre in tutto il mondo, incerto: fra le parole etrusche identificate e tradotte ce ne sono alcune che hanno delle assonanze con Sangiovese per una ricerca etimologica che rafforza quindi l’idea di una sua antica origine e diffusione in area etrusca. Per esempio, la parola sanisva (simile al termine dialettale romagnolo sanzvés) ha il valore di antenato defunto e si potrebbe collegare al vino dei padri o a quello rivolto a un’offerta funeraria ai familiari. Il collegamento ancestrale con il sangue, uno dei simboli più antichi e più strettamente legati al vino, ha portato ad interpretazioni diverse: per alcuni Sangiovese potrebbe derivare da Sanguis Jovis, cioè il sangue di Giove, per altri sangue dei gioghi collinari o, ancora, giovevole al sangue. Un’altra versione? il nome potrebbe collegarsi a San Giovanni: il Sangiovese è un’uva che germoglia a fine giugno per la festa di San Giovanni Battista e, per questo, in alcune zone della campagna toscana è chiamata Sangiovannina. C’è chi invece afferma che provenga da San Giovanni Valdarno, dove si ritiene sia nata. È certo, comunque, che il Sangiovese era coltivato sia dagli Etruschi sia, in seguito, dai Romani. È perlomeno possibile, quindi, la derivazione dal latino jugalis (passato, per esempio, nel francese antico a jouelle per indicare il sostegno somigliante a un giogo che collega due viti). Di sicuro c’è che le prime testimonianze scritte risalgono al XVI secolo, quando l’agronomo Giovan Vettorio Soderini lo citò nella sua opera “La Coltivazione delle Viti”, chiamandolo sangiocheto o sangioveto. Se l’etimo è incerto, né mai sapremo qual è l’origine accertata del nome, perché mai privarsi di una leggenda suggestiva? Si narra che i frati francescani di Santarcangelo di Romagna, alcuni secoli fa, fossero grandi produttori di vino rosso. Un giorno, all’interno del loro convento, organizzarono un banchetto in onore di un ospite illustre e, per fare bella figura, gli offrirono il miglior vino rosso che avevano. L’ospite ne rimase deliziato e chiese il nome del nettare che aveva assaggiato. Uno dei frati esclamò sanguis jovis, ovvero sangue di Giove, pensando al colore rosso intenso del vino e al nome del colle Giove su cui si trova la città. Pare poi che, con il passare del tempo, le due parole si si siano unite a formarne una unica, Sangiovese; il nome si diffuse in tutta la Romagna. A conferma della leggenda il glottologo austriaco Friedrich Schürr, tribuno dei vini di Romagna e studioso della lingua di quei luoghi, sostenne, in seguito ad approfondite ricerche, che la denominazione Sangiovese derivava proprio dal colle Giove su cui si era sviluppata la cittadella medievale di Santarcangelo.

 

 Dalla leggenda alla curiosità: il cardinale Ersilio Tonini, notissimo arcivescovo di Ravenna, sosteneva che i romagnoli hanno una forte devozione solo per un santo, San Giovese… Devozione, passione, iconicità portano vitigni e uve di Sangiovese a celebrarsi anche in momenti conviviali e collettivi come i festival: tra questi quelli di Coriano e San Giovanni Valdarno. Gli ingredienti? Eventi a tutto tondo, anche con contributi musicali. Gli stessi omaggi musicali che non possono non vedere protagonista, per esempio, il celebre Raoul Casadei (vino e vitigno sono spesso presenti in molte sue canzoni) e il poliedrico cantautore e compositore americano Jack Jezzro che, oltre alla sua melodia intitolata Sangiovese, rende spesso omaggio al nostro paese. E, sempre in musica, c’è chi riproduce le note di Mozart nelle sue “vigne musicate” coltivate a Sangiovese: chi lo fa sostiene che le piante, percependone i suoni, crescano più rigogliose… Anche Lorenzo Cherubini, più conosciuto con il nome di Jovanotti, ne è appassionato, al punto di aver chiamato Teresina, in omaggio a sua figlia, il Sangiovese coltivato nei vigneti di famiglia a Cortona. 

 

Dalla musica alla pittura: se è vero che grappoli, fiaschi e calici sono sempre stati immortalati nelle tele da più grandi (si pensi, per esempio, a Miró, Picasso, Chagall, Toulouse-Lautrec, Reni, Munch, Leonardo Da Vinci, Caravaggio, Michelangelo, Manet, solo per citarne alcuni), singolare è la scelta delle artiste Maurizia Gentili e Arianna Greco, che utilizzano i pigmenti del Sangiovese per le loro opere: la pennellata si fissa grazie all’ossidazione di tannini e antociani che si asciugano sulla carta. Un’uva e un vitigno che danno luogo a vini differenti, celebrati anche nelle pellicole della settima arte, il cinema, per opere che, in un modo o nell’altro, citano e celebrano le uve di Sangiovese (ma chissà se attori, registi e sceneggiatori lo sanno…), da Il Diavolo Veste Prada a Blood & Wine, da Il Silenzio degli Innocenti a La Più Bella Serata della mia Vita, da Le Invasioni Barbariche a Una Famiglia Perfetta, senza però dimenticare le serie televisive (Sex and the City, Frends, I Soprano). E la letteratura? Si pensi a Giovanni Pascoli “Cara Ida, quanto al vino cercalo leggerino, non amaro d’alcol, rosso rubino, non inchiostro, un sangiovesino insomma che l’assomiglia il tipo di quello di Sogliano e mandalo, sarà sempre il benevenuto…”, così scriveva alla sorella nei primi del ‘900, a Giosuè Carducci, che tanto lo amava, così come lo amava Giacomo Casanova al punto da citarlo nelle sue memorie, a Guido Piovene “un repubblicano classico beve il Sangiovese, vino secco, di colore forte, detto il sangue della Romagna, e disdegna l’Albana dolce”, senza dimenticare Mario Soldati, anche lui un estimatore, e lo sceneggiatore Tonino Guerra, cui il Sangiovese era così caro da “inventarsi” la Sangiovesa, un’osteria di Santarcangelo di Romagna il cui simbolo è una giunonica donna disegnata da Federico Fellini, nata dal desiderio di condividere con alcuni amici le cose, i vini locali e i cibi della tradizione. A chiudere, oltre a un detto popolare emblematico per importanza e fascino del Sangiovese, “Frè Pignàt e dbeva e’ sanzves int la bocia de lat” (Frate Pignatta beveva il Sangiovese nella bottiglia del latte), un’ode di Roberto Benigni: “Io sono toscano, ce ne sono tanti. E nacqui proprio nel decimo mese, ho sentito parlar sempre del Chianti, mi son trovato a fare il Sangiovese. Sono anche astemio, io non bevo vino, quindi il più adatto a dirne la goduria un poco come fa Sant’Agostino quando parla di vizio e di lussuria. A me basta un rosso acino appeso, l’odor dei tralci e quale un colibrì volo nel cielo, come avessi preso quaranta grammi d’elle esse dì. Base di tutti i vini il Sangiovese, dei vitigni mondiali egli è la stella ci fanno il Chianti, il vino piemontese, forse ci fanno pure la nutella. Il Sangiovese è scevro da magagne, d’ogni virtù dei vini è la scintilla, al suo confronto anche lo champagne diventa una volgare camomilla. Bevete il Sangiovese, quello scuro, d’anni ne camperete centomila, fa bene alla salute, e v’assicuro fa far l’amore dieci volte in fila”.