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Il cuore spinoso del mondo

Da ortaggio antico a simbolo culturale, da mito mediterraneo a presenza viva nelle arti, nella lingua e nell’immaginario collettivo: il carciofo attraversa i secoli conservando intatto il suo fascino ambiguo, popolare e nobile insieme. Articiocco, carciofulla,

Da ortaggio antico a simbolo culturale, da mito mediterraneo a presenza viva nelle arti, nella lingua e nell’immaginario collettivo: il carciofo attraversa i secoli conservando intatto il suo fascino ambiguo, popolare e nobile insieme.

Articiocco, carciofulla, carcocciula, scarcioful, scarcioppulu, cancioffa, cartzoffa in alcuni dialetti italiani; alcachofa, alcachofra, al-kursuf, artichaut, artichoke, artischocke in diversi Paesi stranieri. Mille nomi differenti per il carciofo, conosciuto in botanica come Cynara scolymus, il cui nome latino, cinis, significa “dalla cenere”; non a caso quest’ultima viene utilizzata come fertilizzante per concimare il terreno di questo singolare e goloso ortaggio.

Ma, al di là di etimo e nomi, quali sono la storia e le leggende che lo riguardano? Fonti storiche attestano che la sua variante selvatica, il cardo, era già nota in Medio Oriente: gli Egizi lo utilizzavano per scopi terapeutici e alimentari, ma anche popoli come i Romani e i Greci lo introdussero nella loro alimentazione. Di certo c’è che nel I secolo a.C. gli agricoltori riuscirono ad addomesticare le piante selvatiche del carciofo, che in quel periodo erano consumate a scopo alimentare e farmaceutico, e a metterne a punto la produzione.

Numerosi autori greci e romani, tra cui Marco Terenzio Varrone, Gaio Plinio Secondo e Lucio Giunio Moderato Columella, lo citano nelle loro opere, con la volontà di tramandare ai posteri le tecniche di coltivazione dell’epoca e le proprietà medicamentose di questa pianta. Proprietà che vengono descritte anche da Galeno, medico greco di Pergamo, e, attraverso le sue opere, il carciofo entra ufficialmente nella medicina e nella farmacopea.

A voler ripercorrere le tappe storiche bisogna ricordare anche l’anno Mille come data approssimativa della sua scoperta in Sicilia – la cittadina di Niscemi è da considerarsi come capitale di questo ortaggio – da parte degli Arabi, mentre nel 1466 Filippo Strozzi lo porta da Napoli a Firenze e Caterina de’ Medici lo introduce alla corte francese. Successivamente diviene noto anche in gran parte del resto del mondo, in Paesi come Francia, Olanda, Spagna, Inghilterra e America; il resto è storia d’oggi, con l’Italia, soprattutto con Puglia, Sicilia e Sardegna, protagonista nella sua produzione.

Dalla storia alla leggenda: si narra che la ninfa Cynara, dai capelli color cenere e dagli occhi verdi con sfumature viola, fu sedotta da Zeus, il padre degli dèi. Ma la ragazza lo rifiutò; Zeus, furioso, la punì per il gran rifiuto, trasformandola in un fiore che richiamasse i tratti della ninfa. Ecco svelato perché fu mutata in un carciofo dal colore verde, con venature viola a richiamarne gli occhi. Per metafore e simbolismi, l’aspetto spinoso e duro all’esterno rappresenta il carattere orgoglioso e irresoluto, mentre l’interno tenero e dolciastro ne simboleggia il cuore e l’animo gentile.

Eppure, un ortaggio così importante, apprezzato e famoso conosce anche il rovescio della sua medaglia: avere un cuore di carciofo significa avere molti amanti, in riferimento alle tante foglie che si staccano dal cuore, donando ognuna amore, mentre essere un carciofo si dice di una persona sciocca, goffa, maldestra oppure presuntuosa.

Per i napoletani, poi, “Fa’ ‘a fine d’ ‘e carcioffole” vuol dire finire male, fare una brutta fine, come i carciofi che vengono spesso fritti o sbollentati. Ma cosa c’entra la politica con il famoso ortaggio? Una pratica di governo che procede per fasi successive, per piccoli passi, cogliendo le varie opportunità che si presentano è definita politica del carciofo, come quella attuata a suo tempo da Camillo Benso, conte di Cavour.

Altra leggenda, o verità? Si dice che Caravaggio, notoriamente poco cordiale, ne abbia scaraventato un piatto in faccia a un malcapitato garzone che non era stato in grado di dirgli se fossero stati cotti nell’olio o nel burro. E ancora: nel 1949, nella prima edizione del Festival del Carciofo (Artichoke Festival) a Castroville, in California, fu premiata “Regina del carciofo” (Artichoke Queen) nientemeno che Marilyn Monroe.

Al netto delle sue importanti proprietà benefiche per l’organismo – fegato, diuresi, colesterolo, glicemia e funzione antiossidante; le donne che allattano, però, devono limitarne il consumo, perché contiene sostanze che inibiscono la secrezione del latte materno – ampio è anche il suo riflesso nelle arti.

Partendo dalla musica, il carciofo appare soprattutto in contesti leggeri e didattici, come nel celebre brano dello Zecchino d’Oro “Quel bulletto del carciofo”, dove rappresenta metaforicamente il bullo che nasconde fragilità e bisogno di affetto, e in canzoni più moderne e ironiche, come “Carciofi” di Bugo, che usa l’ortaggio in chiave surreale per parlare di relazioni. Altre canzoni, come “I carciofi sono maturi” delle Figlie del Vento, lo citano semplicemente come elemento della vita quotidiana e della natura, spesso legato a sapori e stagioni. Di qui al teatro, con due opere, di Pietro Aretino, “La cortigiana”, e di Ludovico Ariosto, “La Cassaria”, che lo citano, pur con diversi nomi antichi a lui riconducibili. Ma nel nostro immaginario c’è soprattutto la celebre pubblicità che tanto successo fece e che i meno giovani di certo ricordano: è quella dell’amaro Cynar, famosa per il suo slogan “contro il logorio della vita moderna”. Il celebre attore teatrale Ernesto Calindri, seduto a un tavolino in mezzo al traffico cittadino, sorseggiava tranquillamente un bicchiere del noto distillato, diventando il testimonial iconico del prodotto a partire dagli anni ’60 e per molti anni successivi, come ricordato anche nei programmi di Carosello. Successivamente la campagna pubblicitaria venne affidata al gruppo musicale Elio e le Storie Tese; funzionò, ma non ebbe lo stesso riscontro dell’originale.

Sempre immagini in movimento, ma dalla réclame alla cinematografia: se ne parla, e si gusta, nel famosissimo “Il favoloso mondo di Amélie” di Jean-Pierre Jeunet, in una delle pellicole della Pantera Rosa e La tua scelta in “Mangia, prega, ama” del regista Ryan Murphy, oltre che ne “Il postino”, ultima pellicola dell’indimenticato Massimo Troisi. Poi c’è il particolarissimo “Cresceranno i carciofi a Mimongo”, diretto da Fulvio Ottaviano.

Da forme d’arte animate a quelle statiche, tra letteratura, pittura e scultura. In quest’ultima è celebrato per la sua forma unica, che simboleggia amore e prosperità, specie in ceramica, ma appare anche in opere d’arte figurative, spesso in nature morte o come elemento decorativo, rappresentando la bellezza naturale e talvolta simbolizzando aspetti della vita e del carattere, come durezza esterna e dolcezza interna.

È celebre il mosaico di Thuburbo Majus, in Tunisia, che include medaglioni con carciofi, presenti anche alla sommità di alcune fontane monumentali di Napoli, Firenze e Madrid. Per quanto riguarda invece la pittura, il carciofo è protagonista soprattutto in periodo rinascimentale, se si pensa a “L’ortolana” di Vincenzo Campi, “Cucina” di Floris van Schooten, “Natura morta di asparagi, carciofi, limoni e ciliegie” di Blas De Ledesma, “L’estate” e “Vertumnus” di Arcimboldo. E, poi, alle nature morte di Clara Peeters e Juan van der Hamen, senza dimenticare la celebre “Donna con carciofo” di Pablo Picasso e artisti del calibro di Renato Guttuso e Giorgio De Chirico, che lo hanno raffigurato in differenti modi nei loro dipinti.

Infine, filosofia e letteratura: se Teofrasto e Plinio ne scrissero per esaltarne le virtù, più recentemente il premio Nobel per la letteratura Pablo Neruda ha composto il poema “Oda a la Alcachofa”, parte della raccolta Odas elementales. A chiudere, la più contemporanea Isabel Allende: “Si mangia con le mani e con lentezza: c’è un che di rituale nel denudare il carciofo privandolo delle foglie a una a una per intingerle in una salsa di olio, limone, sale e pepe, e condividerle poi con l’amante”. Perché, come disse qualcuno, “facile innamorarsi in primavera quando son tutti bravi a fare m’ama o non m’ama con le margherite. Fatelo in autunno con i carciofi”.