Quattro cipolle settecentesche

Se l’odore della cipolla cruda è tale da sconsigliare incontri troppo ravvicinati, una volta cotta conferisce ai cibi un gusto gradevole e inconfondibile, così che è diventata immancabile in tantissime ricette nelle tradizioni alimentari di mezzo mondo. La spiegazione è chiara: la cipolla, oltre che gustosa, fa bene alla salute e già nell’antico Egitto è raffigurata in affreschi e bassorilievi, esaltata per i suoi poteri medicinali, oltre che nutritivi. Questo spiega la sua larga presenza tuttora riscontrabile nella medicina popolare. Il fatto che faccia lacrimare gli occhi, quando viene tagliata, è la prova dei principi attivi che contiene, sgraditi agli occhi che si difendono con le lacrime, ma graditi al resto dell’organismo.
Appartiene alla famiglia dell’aglio, dello scalogno e di altre piante bulbose; produce fiori di forma sferica apprezzati in composizioni di gusto campestre. Ne esistono molte varietà con una vasta gamma di colori: dal bianco al violaceo. Nelle cucine d’una volta era presente anche come decorazione. Presentata in mazzi ordinati, ottenuti intrecciando gli steli erbosi una volta secchi, si vedeva spesso appesa nelle vecchie cucine, dove otteneva due effetti: decorava e metteva a portata di mano un prodotto pronto all’uso. La sua presenza diffusa dà una spiegazione logica al fatto che molti pittori l’hanno introdotta nei loro dipinti, soprattutto dopo il Cinquecento, quando il dilagare delle nature morte, già esistenti nei secoli precedenti, sebbene rare, porta i pittori a ritrarre anche le realtà più modeste e meno appariscenti.
È il caso di un quadro di Carlo Magini (1720-1806), pittore marchigiano nato e scomparso a Fano, ma attivo in varie città d’Italia. Molto giovane fu iniziato alla pittura dal fratello della madre, Sebastiano Ceccarini, artista affermato che lo portò con sé in vari luoghi, compresa Perugia, dove con lo zio collaborò alla decorazione della Cappella del Crocefisso nella chiesa di San Filippo Neri. Si dedicò a tutti i generi di pittura: soggetti religiosi, ritratti, copie di quadri famosi, ma finì per trovare il suo genere più congeniale nella natura morta. Fu molto apprezzato ai suoi tempi e quadri di sua mano si trovano in molte città italiane, ma anche a Varsavia e a San Pietroburgo.
Sul piano di legno di un mobile da cucina, il pittore ritrae, molto ravvicinati, oggetti disposti in uno studiato disordine: due brocche di terracotta in parte smaltate, un basso tegame di rame con manici e coperchio, una bottiglia di vetro, un piatto con fette di capocollo e altro. Siamo in pieno Settecento e le raffinatezze orientali sono diffuse: prova ne siano i due oggetti di porcellana. Originaria della Cina, la porcellana in un primo tempo fu importata in Italia e in Europa, così come veniva prodotta per il mercato interno di quel lontano paese. Visto il successo in Occidente, la Cina cominciò ben presto a dar vita a una produzione rivolta alla clientela europea. In alcuni servizi di piatti veniva addirittura dipinto lo stemma del committente: un esempio è tuttora visibile in una nota dimora patrizia visitabile nel cento storico di Perugia: Palazzo Ranieri di Sorbello. Finché in Europa non fu scoperto il caolino e la produzione di porcellana cominciò anche da noi. Nel dipinto di Carlo Magini la porcellana è rappresenta da un bicchiere a tronco di cono a due colori e da un recipiente a due manici con coperchio, forse una zuccheriera, finemente decorata da motivi floreali.

Franco Ivan Nucciarelli

Direttore Scientifico Arte Italiana nel Mondo