fbpx

RIVISTA IN PDF    |    INSERTI

Home / SaltaInMente  / Occhio al pinocchio!

Occhio al pinocchio!

I tanti utilizzi dei pinoli

Il frutto della Pinus pinea, un tempo chiamata pino domestico o anche pino da pinoli, è il pinocchio. La pianta che tutti ben conosciamo si staglia imperiosa nei panorami dei nostri litorali più belli. Non a caso, perché predilige terreni sabbiosi, acidi o neutri (ma tollera anche quelli poco calcarei) e si rinnova naturalmente per seme. E tale seme era nominato pinocchio, come attesta il Tommaseo-Bellini del 1879 (in pratica il dizionario dell’Unità d’Italia), e tutto ciò avveniva soltanto due anni prima dalla comparsa di quell’altro Pinocchio, cioè il simpatico personaggio, con la P maiuscola, nel 1881. Questo l’ha magistralmente sottolineato Gianfranco Folena, compianto linguista e filologo italiano, docente nell’Ateneo di Padova, università nella quale – in una delle sue ultime lezioni di inizio anni ’80 del secolo scorso – affascinò la platea con una condivisa affermazione e cioè che la fortuna fulminea, e poi perdurante, di Pinocchio abbia fatto scomparire il termine tradizionale e diffuso che indicava il seme del pino (pinocchio, appunto) a vantaggio del più popolare e «linguisticamente basso» pinolo. Del resto chi può dargli torto? Ancor oggi – a dimostrazione di quel «putsch linguistico» – dolci tradizionali del tardo Medioevo e rinascimentali, come la pignoccata (o pinoccata) a base di pasta di zucchero e pinocchi mantengono la radice del nome tradizionale. Per inciso: la pinocchata la troviamo già descritta in documenti trecenteschi nel registro fiorentino delle Spese per la mensa de’ Priori (1344).
Ma non solo questo! Noi italiani, di certo tra i più accaniti estimatori, sappiamo bene che il sapore resinoso e le ottime proprietà nutrizionali del pinolo accompagnano l’uomo fin dalla Preistoria. Infatti resti di coni e di legno carbonizzato di Pinus pinea di circa 50.000 anni sono stati trovati in insediamenti iberici del Paleolitico. Ma è bene specificare che non si è certi riguardo l’origine della pianta. Le scoperte, come detto, indicano il Mediterraneo occidentale (o meglio l’Africa nord-occidentale) come sito originario e ciò fa stimare che non sia autoctona della nostra Penisola.
Il pino domestico, proprio per la sua importanza economica e alimentare, è stato ampiamente diffuso dalle popolazioni che hanno abitato i territori intorno al Mediterraneo lungo le varie epoche storiche, come i Greci, gli Etruschi, i Romani e gli Arabi. Addirittura già prima del 1000 a.C., persino i Frigi dell’Anatolia centrale avevano una particolare venerazione per il pino, non fosse altro per il fatto che con i suoi semi preparavano un “vino” inebriante! Quello stesso vino che i Greci dedicavano a Dioniso e i nostri avi latini a Bacco, durante le sacre celebrazioni al dio. Di certo aiutava a infondere la forza vitale, la fertilità e l’abbondanza. Quindi non a caso i Greci consideravano la pianta sacra a Cibele (antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre della natura, degli animali e dei luoghi selvatici). Nel rituale le pigne stavano a simboleggiare l’organo maschile ed erano propiziatorie di fertilità. Come detto, pure i Romani attribuivano ai pinoli poteri afrodisiaci. Nella letteratura latina vi sono numerose testimonianze sulla fama afrodisiaca dei pinoli. Ovidio li elogiava nella Ars amatoria come uno dei cibi sicuramente capaci di favorire l’amore, così come pure Plinio: «I pinoli spengono la sete, calmano i bruciori dello stomaco e vincono la debolezza delle parti virili».
Nel prosieguo medievale, si potevano facilmente trovare pigne decorative su palazzi nobiliari ed edifici religiosi, con l’identico significato originale evocativo di quell’eternità derivata dal ciclo vitale. Motivi mitologici, magici e medici continuarono a confermare fama ai suoi frutti: i pinoli, come straordinari catalizzatori di fertilità.
E via via con lo scorrere dei secoli si aggiunsero anche attestazioni curative: il medico veneto Michele Savonarola (nonno del più famoso Girolamo) li consigliava perché: «… danno forza e augmenta il sangue…». Il gualdese Castore Durante, nella sua opera Herbario Novo conosciuta e riconosciuta all’epoca (XVI sec.) in tutta Europa, li considera una sorta di panacea per sciatica, gotta, convulsioni nervose, difficoltà dei reni e… chi più ne ha più ne metta!