Il rinnovamento dell’enologia italiana

Lungo le strade tra la Lombardia e la Svizzera, già dal Medioevo, il territorio della Franciacorta si presenta vocato alla viticoltura. Il lago di Iseo favorisce le condizioni ambientali per la formazione di un clima mite adeguato alla maturazione della vite. Negli anni Sessanta del secolo scorso accade la svolta. La tradizionale produzione di vini fermi da tavola viene abbandonata e Franciacorta diventa sinonimo di spumante italiano ottenuto con metodo classico. È il momento in cui nasce la moderna enologia italiana, trascinata dalla legge sulle denominazioni di origine, da una domanda attenta alla qualità e dall’emersione di una intraprendente generazione di operatori economici che vedono nella viticoltura un promettente scenario di crescita e di modernizzazione. Nel 1967 arriva la prima denominazione DOC della Franciacorta, e in poco tempo l’intera area acquisisce sempre maggiore interesse agli occhi di numerosi imprenditori, che si lanciano nell’acquisto dei terreni vitati, accorgendosi ben presto che la produzione inizialmente pensata per un consumo poco più che familiare poteva raggiungere obiettivi molto più ambiziosi.
Negli anni Ottanta arrivano gli investimenti da parte di acquirenti avveduti che subito scelgono di affidarsi alle mani esperte di professionisti ed enologi in grado di massimizzare la qualità del prodotto. Da allora l’escalation è costante. Il numero dei produttori è vigorosamente aumentato e il Consorzio Tutela Franciacorta (116 soci) nato nel 1990 ha scandito il progressivo successo delle bollicine.
Il disciplinare che regola la produzione del Franciacorta impone l’utilizzo del metodo classico (rifermentazione in bottiglia), definisce le varie tipologie (Franciacorta, Satèn, Rosé, Millesimato, Riserva), e le uve che possono entrare nella composizione del vino: Chardonnay, Pinot nero, un massimo del 50% per il Pinot bianco, fatta eccezione per il Satèn, per il quale non è previsto l’utilizzo del Pinot nero. Il prodotto base può contenere vini di annate diverse, mentre nel Millesimato e nella Riserva deve essere presente l’85% di vino dell’annata indicata. Sono infine diversi anche i tempi di affinamento che, dall’avvenuto imbottigliamento, variano da un minimo di 18 mesi per il Franciacorta base, ad almeno 60 mesi per la Riserva.
Il Franciacorta, rendendosi protagonista di una radicale metamorfosi, ha guadagnato prestigio e quote di mercato a livello nazionale e internazionale. Non è passato troppo tempo dalla svolta, ma oggi si dimostra una solida realtà nel panorama enologico nazionale. Nel 2016 sono stati venduti più di 17 milioni di bottiglie, con un export in crescita del 15%. I principali mercati di sbocco sono il Giappone, la Svizzera, la Germania e gli Stati Uniti.
Come nel caso di altri territori italiani alla ricerca di nuove esperienze, il futuro del Franciacorta molto dipenderà dalla capacità di far dialogare la viticoltura con i territori di riferimento facendo della sempre affascinante arte delle bollicine uno strumento di promozione e valorizzazione del paesaggio e della terra lavorata dagli uomini.

Manuel Vaquero Piñeiro

Professore Associato di Storia Economica presso l'Università degli Studi di Perugia