La Franciacorta e il vino della liturgia

Lo sviluppo della viticoltura fu condizionato non tanto da fattori climatici e ambientali, quanto piuttosto da ragioni generali e, in particolare, religiose. Lo conferma il fatto che la viticoltura, proprio in età medievale, scomparve dalle regioni mediterranee di fede musulmana, dato il divieto coranico che proibisce tassativamente le bevande fermentate. Nelle terre cristiane, invece, la necessità di avere il vino per le funzioni liturgiche e l’alto costo del trasporto consigliavano la produzione locale anche in condizioni climatiche e ambientali proibitive. Fu questo uno dei motivi per cui la viticoltura attecchì in tutte le aree cristianizzate, sino alle inospitali isole britanniche. Così l’areale produttivo della vite coincide con i confini dell’Europa odierna. Inoltre le regole canoniche per la produzione di vino idoneo alla celebrazione liturgica adottano disciplinari ferrei nei quali c’è il pieno rispetto della qualità dell’uva, della fermentazione dei mosti fino alla vinificazione e – non da ultimo – della cura del vino stesso in attesa del consumo.
Nel Medioevo fu fondamentale l’apporto dei monaci benedettini che, vivendo sulle colline bresciane a ridosso del lago d’Iseo, promossero la bonifica delle zone paludose intorno ai laghi, piantando poi la vite e facendola prosperare. Infatti sono numerosi gli esempi legati prima ai monasteri e poi anche ai conventi rintracciabili in Piemonte, Liguria, Veneto, Lazio e in buona parte del Mezzogiorno. Ultimo, ma non meno importante, l’esempio della tradizione enologica nella Franciacorta antecedente al primo millennio, testimoniato da autori classici del calibro di Plinio, Columella e Virgilio. Un inventario di terre del monastero regio di Santa Giulia di Brescia – le cui proprietà franciacortine sono documentate dal cosiddetto Polittico di Santa Giulia, in realtà un antico codice della seconda metà del IX sec. – dimostra che già in quel periodo le vigne migliori dalle quali le religiose ricavavano il vino per la celebrazione della Messa erano proprio quelle di Franciacorta. Viti già all’epoca selezionatissime, piantate sui poggi che le facevano prosperare grazie anche ai suoli rocciosi a base di sassi morenici, i quali riescono a catturare il caldo durante il giorno e lo rilasciano durante la notte, mantenendo le viti stesse in un perfetto microclima temperato.
Tuttavia il documento più antico che ci offre notizie circa le proprietà in Franciacorta del monastero bresciano di San Salvatore, divenuto poi di Santa Giulia, risale al 766. Si tratta del diploma con cui Adelchi, figlio del re Desiderio, donava al monastero tutti i beni avuti dal nonno Verissimo e dagli zii Donnolo e Adelchi, fra cui anche dei possedimenti nel bresciano.
Nella stessa epoca, tuttavia, erano presenti numerose altre corti monastiche, tra le quali quelle di Clusane (priorato cluniacense), Colombaro (cella di Santa Maria), Timoline (corte di Santa Giulia), Nigoline (corte di Sant’Eufemia), Borgonato (corte di Santa Giulia) e Torbiato (corte dei monasteri di Verona e di San Faustino di Brescia).
Secondo gli storici il nome Franzacurta è attestato per la prima volta nello Statuto Comunale di Brescia dell’anno 1277, come riferimento all’area a sud del lago d’Iseo, tra i fiumi Oglio e Mella. Risale invece a un atto del 1429 del doge di Venezia Francesco Foscari la delimitazione geografica attuale della Franciacorta, una delle zone italiane con più alta produzione di vino metodo champenoise.