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Che sia il kraken? Terrore dagli abissi

Mostri marini e antiche leggende che affascinano da sempre

Le profondità marine, la paura dell’ignoto e la forza cieca della Natura hanno terrorizzato marinai ed esploratori fin dalla notte dei tempi. Tale timore è stato poi personificato in figure sfuggenti, di cui tutti parlano ma che ne nessuno ha mai visto; mostri marini di cui la letteratura fantastica si è nutrita al pari di quella scientifica.
Ne è una dimostrazione la grande enciclopedia del mondo antico stilata da Plinio il Vecchio, la Naturalis Historia, che costituisce per noi la prima attestazione della piovra gigante. La chiama ozena – che letteralmente significa puzzolente – e ci racconta che aveva l’abitudine di uscire di notte per saccheggiare i vivai delle ostriche destinate alle tavole dei patrizi romani, lasciando dietro di sé solo gusci e una scia nauseabonda. A nulla erano servite reti e barriere marine: durante una notte di luna piena si scoprì infatti che questo gigantesco polpo dalla «testa grande come 15 anfore» si spostava saltando da un albero all’altro. A colpi di gladio e di arpioni, i pescatori riuscirono ad abbatterlo: i suoi resti finirono così sulla tavola di Lucullo, noto buongustaio romano, che ne fece un lauto pasto.
Andiamo avanti di qualche secolo ed ecco che, nel 1500, il vescovo svedese Olav Manson, trasferitosi a Roma, si accinge a raccontare gli usi e costumi della sua gente a un pubblico che non sa nemmeno da che parte sia la Scandinavia. Per catturare l’attenzione dei lettori, il vescovo descrive gli animali che popolano le profondità del Mare Artico: «pesci mostruosi la cui crudeltà è talmente evidente da terrorizzare gli uomini col solo aspetto […] forme orribili, teste rozze coperte di aculei». Ma la bestia più terribile è la piovra gigante, che «appare ai pescatori come un fuoco sotto il mare» ed è in grado di «mandare a picco grosse navi pur condotte da forti e valenti marinai».
Le apparizioni di questo «diavolo rosso» finiscono, nel 1700, per sovrapporsi con i terribili attacchi del kraken, il mostro marino che, con i suoi tentacoli, avvolge le navi fino a farle affondare. Il celebre naturalista Linneo lo inserì addirittura nel suo Systema Naturae (1735), ma la maggior parte dei ricercatori era restia ad accettarne l’esistenza, nonostante cominciassero ad affastellarsi testimonianze non solo di semplici marinai, ma anche di ufficiali della marina.
Nel 1820 Montfort, nella sua Storia naturale, generale e particolare de’ molluschi, menziona sia il polpo colossale sia il kraken, basando la sua ricostruzione sui miti nordici e sui racconti dei marinai, nonché sulla mirabolante descrizione di Plinio. Inserisce nella sua opera anche il disegno di un polpo gigantesco che attacca un vascello, un evento che si riteneva fosse avvenuto di fronte alle coste angolane. Quell’immagine, destinata a diventare l’emblema del kraken, fece sollevare la comunità scientifica, che gettò discredito sulla professionalità di Montfort, vita natural durante.
Le dicerie sui mostri marini, tuttavia, non si arrestarono. Il baleniere Frank Bullen dichiarò di aver avvistato «un gigantesco polpo che si batteva con un capodoglio». L’animale aveva gli occhi situati alla base dei tentacoli; il fatto che fosse un cefalopode fu confermato successivamente dal frammento ottenuto, dopo una lunga lotta a suon di arpioni e fucili, dal capitano dell’Alecton Frédéric Bouyer, che vi si imbatté nel 1861 a nord-est dell’isola di Tenerife.
Questo ritrovamento costituì una sorta di pietra miliare: Jules Verne, sempre attento alle novità provenienti dal mondo scientifico, lo riprese in Ventimila leghe sotto i mari, narrando l’attacco di una piovra gigante al sottomarino Nautilus. Gli scienziati, invece, analizzarono i resti di calamari rivenuti in mare o sulle spiagge e arrivarono alla conclusione che corrispondevano a una specie particolare di cefalopode, classificato come Architeuthis dux. È la fine della storia? Forse no. Certi misteri meritano di restare irrisolti…

Giornalista, Dottoressa in Lettere Moderne e in Informazione, Editoria e Giornalismo