Due noci di fine Quattrocento

Per i pittori da sempre la frutta è un soggetto interessante. Intanto è ricca di colore e gradevole alla vista, quindi naturalmente pittorica; poi, data la durata generalmente breve, è anche un monito a ricordare la caducità della bellezza. Le noci pertanto, non diversamente dagli altri frutti, compaiono nei dipinti, soprattutto nel genere noto come natura morta, che esiste da sempre e infatti se ne hanno esempi nell’antichità classica, anche se nella pittura europea diventa comune solo a partire dalla fine del Cinquecento e domina soprattutto nel Seicento. 

Dalla pittura medievale e rinascimentale le noci sono praticamente assenti: presenta quindi notevole interesse trovarle nella pala centrale di un polittico databile 1497. L’opera beneficia di un corredo documentario prezioso: il Contrato di Allogagione, conservato perfettamente leggibile nell’Archivio di Stato di Perugia, da cui si deduce che i Canonici Regolari Lateranensi – un ramo della Famiglia Agostiniana – che allora officiavano la chiesa perugina di Santa Maria degli Angeli o dei Fossi nel Rione di Porta San Pietro, dove ora sorge il complesso di Sant’Anna, il 14 febbraio 1495 affidano al Pinturicchio il compito di dipingere il polittico destinato all’altar maggiore, specificando i soggetti dei vari campi pittorici, la retribuzione e la data di consegna, più alcuni dettagli sui materiali da impiegare. Il pittore dovette onorare i tempi di consegna e infatti non si ha traccia di contestazioni, ma soprattutto diede il meglio di sé, tanto da produrre una delle opere più alte della sua qualificatissima produzione e forse il suo capolavoro. I campi pittorici mostrano i soggetti descritti nel contratto, ma al primo sguardo colpisce un particolare non previsto dagli accordi. Nella pala centrale, occupata dalla Madonna con il Bambino in trono e il piccolo san Giovanni Battista, nello spazio vuoto a destra dell’osservatore si vede una piccola natura morta: tre mele, di cui una evidentemente bacata, e due noci, di cui una già rotta con i pezzi del guscio accanto. Fondate considerazioni stilistico-formali spiegano come il gruppetto di frutti serva al Pinturicchio a recuperare il ritmo triangolare bilanciato sulla sinistra dal codicetto rosso ai piedi del piccolo Battista, in un’opera in cui la geometria è fondamentale per la corretta e armonica orchestrazione dei numerosi e differenziati campi pittorici. Resta però la domanda del perché l’autore abbia dipinto mele e noci. Se la mela può riecheggiare il pomo mangiato da Adamo ed Eva, a monte della cacciata dei Progenitori dal Paradiso Terrestre, la noce, che unisce parti dure e parti molli, compare nella letteratura agostiniana come simbolo di Cristo. Il mallo, qui non raffigurato, tenero e verde simboleggia la natura umana, il corpo di Gesù; il guscio il legno della Croce; il gheriglio infine la natura divina. Il colto richiamo, molto probabile suggerimento dei Canonici Lateranensi, difficilmente poteva essere compreso da parte del pubblico, che frequentava la chiesa, ma era chiaro ai dotti committenti. La differenza dei punti di vista fra gli osservatori getta un fascio di luce su un aspetto difficilmente eliminabile dalle opere d’arte: la possibilità di diverse letture, dallo sguardo iniziale all’interpretazione più profonda. Al riguardo è noto che nessuno studio, neanche il più accurato e approfondito, esplicita mai del tutto il messaggio racchiuso nell’opera, che continua a conservare sempre una componente di mistero. 

 

In copertina: Polittico di Santa Maria degli Angeli o dei Fossi PerugiaBernardino di Betto detto il Pinturicchio, Galleria Nazionale dell’Umbria.