Mandorle e identità

La mandorla essenzialmente è un seme commestibile che noi, da abilissimi esseri in grado di trasformare quasi tutte le materie prime, riusciamo a mutare in quei deliziosissimi dolci alla pasta di mandorle. Tenendo a mente questa breve nota culinaria, oggi possiamo continuare il discorso che abbiamo sfiorato nell’articolo precedente sulla bellezza del binomio seme-identità (di un brand), a cui ho deciso di dedicare altri numeri. In molti oggi si prodigano a descrivere cosa è nello specifico l’identità di un brand; dal canto mio sfrutterò l’amo lanciato dal tema di questa uscita per offrirvi il mio punto di vista sull’argomento.
Quando abbiamo a che fare con il nuovo marchio della nostra azienda, di qualsiasi ambito si parli, è come avere un seme di provenienza sconosciuta o addirittura di una nuova specie, da noi creata, che crescerà o verrà consumato nei termini che noi stabiliremo a priori, riservandoci ogni tanto anche delle sorprese che saranno quasi sempre positive, se ci abbiamo lavorato nella maniera giusta. Una delle poche regole in questo campo e alla base di un buon progetto è avere le idee chiare, pre-strutturare il piano, sapere che cosa vogliamo il nostro seme faccia e dove vuole crescere, in modo da trovarci sempre pronti in caso di imprevisti spiacevoli. Sia chiaro, siamo esseri unici e tutto ciò che creiamo dalla nostra immaginazione è un unicum, quindi non esiste una regola matematica della buona riuscita di un progetto ed è per questo che esistono professionisti in grado di costruire insieme all’imprenditore il terreno giusto dove porre il seme: diffidate sempre dai venditori di formule (questo non smetterò mai di dirlo). Non mi dilungherò sul marketing, io mi occupo di immagine e questo settore ha regole che vengono continuamente sovvertite, soprattutto in questa epoca di grandi trasformazioni, dove il collegamento tra brand e fruitore è diventato strettissimo e il rapporto più informale, quasi intimo.
Per quanto riguarda la nostra mandorla infatti esistono molti modi di consumarla – non lavorata o come ingrediente in molte preparazioni diverse – e questo vale anche per l’identità. Prendiamo ad esempio i nuovi esperimenti fatti riguardo al no-brand (trovate moltissime informazioni in rete): si tratta, in poche parole, della scelta dell’acquisto di prodotti che pensiamo stiano fuori da determinate logiche di mercato che potrebbero esserci un po’ antipatiche. In realtà nel no-brand avviene esattamente l’opposto, c’è un fortissimo lavoro di identità che è però spostato dai soliti canali: pensiamo a una via della moda, o a un mercato famoso. Quelli sono tutti esempi di no-brand, di immagine fluida che non è strettamente collegata a un simbolo visivo come può essere un marchio, ma ad altri sensi.
Il mondo dell’identità è vario e meraviglioso, può essere un delizioso dolcetto alla pasta di mandorle, dosato, lavorato e cotto, oppure un semplice seme da sgranocchiare.

Emanuele Rocchi

Pubblicità, Strategia, Brand Identity