L’astice norvegese, lo scampo del Quarnaro e il gamberone della Libia

Scampo, scampolo, arganello, astracio, rancio di fondo, renfele o alifante del fondale sono i diversi nomi che lo scampo può avere nelle varie regioni italiane, da Nord a Sud. Nel mondo che parla inglese, le cose si complicano poiché si ricorre alla similitudine con il ben più grosso astice, aggiungendo l’aggettivo di origine: Norway lobster, cioè astice norvegese. E non c’è dubbio che lo scampo, almeno a grandi linee, sembri un astice in miniatura, con la succulenta coda corazzata e la coppia di tenaglie a munire le zampe anteriori. Del resto, anche sulla nostra costa adriatica uno dei nomi sopra riportati (astracio), allude evidentemente proprio a questa somiglianza.
La terra norvegese come patria di origine dello scampo è del resto ribadita dal suo fantasioso nome scientifico, quello che gli venne attribuito dallo zoologo inglese Leach nell’Ottocento e che suona ancora, per gli addetti, Nephrops norvegicus, cioè (decapode) norvegese dagli occhi a forma di rene. Eppure, l’altro nome internazionale molto usato per definire il nostro crostaceo è langostina (anche nelle varianti langoustine, lagostina) derivato da langosta/lagosta, a sua volta dal latino locusta, cioè aragosta. Ma l’aragosta notoriamente non ha le chele, mentre la langostina sì… La confusione terminologica corrente, che in diverse lingue assimila animali percepiti come uguali, colpisce dunque anche il nostro crostaceo che tuttavia, almeno in Italia, con scampo si è ricavato un nome tutto suo che non consente equivoci.
Secondo alcuni, questo nome sarebbe di derivazione greco-bizantina, traghettato in italiano attraverso Venezia. Sta di fatto che una delle sue aree di diffusione è il golfo del Quarnaro, territorio storicamente legato alla Serenissima e all’Italia, dove si chiama scampo (in croato skamp) e dove si è differenziato dai suoi progenitori nordici in una varietà dalla corazza più sottile e dal gusto inimitabile, tanto da diventare un prodotto locale di eccellenza.
Restando in tema, abbiamo visto che per crostacei come astice, gambero e aragosta, nella Roma antica, si usavano precise parole come astacus, cammarus e locusta, mentre non sappiamo se fossero noti e come si chiamassero gli scampi. Per questo va presa con cautela la storia che gira in rete su Apicio e gli scampi della Libia, secondo la quale il noto ghiottone-gastronomo della Roma imperiale si sarebbe diretto a sue spese sulla costa africana alla ricerca spasmodica di una varietà di quei crostacei nota per la straordinaria grandezza. In verità, la fonte greca che riporta questo antico aneddoto parla di karides, che ancora oggi in quella lingua significa gamberi. Apicio esaminò gli esemplari sulle barche dei pescatori libici e si accorse che non superavano affatto in grandezza quelli già a lui noti; se ne tornò deluso alla sua Minturno, senza neanche metterci piede, in Libia, e senza assaggiarne neanche uno, di quei gamberoni.

Paolo Braconi

Docente del Corso di Laurea Ecocal dell'Università degli Studi di Perugia