Il simbolo del divino

In primavera, ma nelle regioni meridionali addirittura in gennaio, fra i primissimi alberi a fiorire c’è il mandorlo. Così, per logica conseguenza, simboleggia la fine del buio e del freddo e annuncia il ritorno alla vita: van Gogh dei mandorli della Provenza riempì i suoi quadri.
La forma del frutto, associato fin dall’antichità a miti e leggende, sia nel mondo greco-romano, sia in quello ebraico, ricompare nell’arte con una funzione precisa: delimitare e sottolineare la dimensione divina per differenziarla da quella umana. Soprattutto in alcune soluzioni iconografiche tipiche dell’arte cristiana, il Padre Eterno benedicente, ma anche la Madonna nell’Assunzione e Gesù nell’Ascensione, compaiono di regola in cielo, a riaffermare la loro divinità, entro una figura che richiama la mandorla. Nei secoli in dipinti e sculture s’incontrano mandorle – è il termine tecnico usato dagli storici dell’arte – in numerose varianti: da quelle formate dalle testine alate dei cherubini e dei serafini, le due più alte e spirituali gerarchie angeliche, a quelle rigorosamente stilizzate, delineate da semplici fasce di colore. In realtà quella che sembrerebbe una figura geometrica non fondamentale è il prodotto di due cerchi d’identico raggio, affiancati e secanti, in modo che ognuna delle due conferenze, con il suo punto più esterno passi per il centro dell’altra. Il cerchio da sempre è la perfezione e l’infinito, qualità che rendono la composizione dei due che formano la mandorla più che qualificata a rappresentare il Divino. In moltissime tradizioni la mandorla è associata alla fecondità: prova ne sia che in Italia tuttora ai matrimoni sono presenti i confetti, che non sono altro che un modo elegante e ricercato di presentare le mandorle. Fra le mandorle tradizionali, quelle con le testine angeliche, un esempio illustre è offerto dalla cosiddetta Pala di Corciano, opera di Pietro Vannucci, detto il Perugino, datata 1513, quindi prodotta dall’artista nella sua fase adulta e tuttora conservata nella locale Chiesa di Santa Maria. In questo dipinto a olio su tavola le mandorle sono due: una esterna, molto stilizzata e ridotta a un sottile filamento d’oro – arricchita però da otto teste di cherubini – che ne incornicia un’altra completamente dorata, che fa da sfondo alla figura della Madonna. Sempre del Perugino è l’altro esempio visibile a Perugia nella scena dell’Ascensione, affrescata su una parete del Nobile Collegio del Cambio. Sebbene sia datata 1500, la mandorla in questo caso è molto più evoluta di quella di Corciano, consistendo in semplici fasce di colore. Il motivo della mandorla presente in entrambi i dipinti, ma in forme diverse, offre interessanti indicazioni stilistiche. Nel 1500 al Nobile Collegio del Cambio Il Perugino, in quegli anni alla sua massima affermazione e, per di più, in un contesto urbano e colto, osa sganciarsi dalla tradizione e proporre una soluzione moderna. Nel 1513 nel contesto di Corciano, non allineato alle avanguardie artistiche e forse per volere di una committenza meno aperta a innovazioni, il gran pittore di Città della Pieve ripropone una soluzione consolidata e tradizionale, ferma restando la qualità formale alta in ambedue le opere.

In altro: Assunzione della Vergine, Pietro Vannucci detto il Perugino, Chiesa di Santa Maria, Corciano, 1513.

Franco Ivan Nucciarelli

Direttore Scientifico Arte Italiana nel Mondo