Il testamento di Aulo Quintilio: le noci e il vino

Questa pianta produce frutti più dolci della ghianda e perciò gli antichi, che stimavano il frutto simile alla ghianda e la pianta medesima degni del dio, la chiamarono Iovis glans (ghianda di Giove) che, eliminando alcune lettere, divenne iuglans.

Macrobio, I Saturnali (V sec d.C.)

Basta digitare storia della noce nel Web e immancabilmente si manifestano la ghianda di Giove, le Cariatidi, le streghe di Benevento, i molti benefici e i sospetti malefici del frutto e della pianta, gli usi culinari e così via. In diversi siti che trattano anche della simbologia di questo frutto, si fa riferimento a una curiosa pratica degli antichi romani, quella della sparsio nucum, cioè dello spargimento (a volte vero e proprio lancio) di noci fatto in pubblico in diverse occasioni. La più nota era il matrimonio, quando il novello sposo o un suo parente, dal corteo nuziale, spargeva o lanciava noci, simbolo di fecondità e di buon augurio; insomma una sorta di antecedente del nostro lancio del riso. Spargimenti di noci avvenivano anche in occasione delle feste di Cerere e Flora, dee della fecondità, della riproduzione, del ciclo vegetativo, confermando sia la valenza simbolica sia l’apprezzamento del frutto da parte dei partecipanti a quei riti. 
Ma ci vogliamo soffermare su un documento veramente eccezionale, il testamento che nel II secolo Aulo Quintilio Prisco fece scolpire sulla facciata di un’edicola ritagliata nella roccia viva, ancora oggi visibile subito fuori del centro abitato dell’antica Ferentinum (oggi Ferentino, Provincia di Frosinone). Questo notabile cittadino lasciò alla sua comunità dei fondi agricoli per finanziare le feste che ogni cinque anni dovevano commemorarlo, nel suo giorno natale. Si dovevano distribuire focacce dolci (crustulae) e vino mielato (mulsum) insieme a piccole somme di denaro, da dare ai cittadini secondo sesso e rango. Interessante notare come il buon Aulo Quintilio alla fine del testamento dispone di assicurare ai pueri (fanciulli) plebei la sparsio di 30 moggi di noci (ca. 250 kg) e la somministrazione di bevute di vino per 6 urne (ca. 78 litri). 
Non sappiamo quanto a lungo nel tempo sia durata questa ciclica commemorazione che i ferentinati tributavano al loro illustre e prodigo benefattore, ma ci piace immaginare la ressa dei pueri, i fanciulli, al lancio di quei frutti tondi e duri, adatti ancora al gioco prima del consumoma allusione al loro spargimento il giorno delle nozze. Anche la trasgressione di bere vino, di solito interdetto ai minori, lascia presagire le bevute vere che i pueri avrebbero fatto, una volta diventati viri, cioè uomini e cittadini. Riflettendoci bene, forse sta proprio qui il senso della quinquennale merenda a noci e vino che il defunto Aulo Quintilio ha continuato a somministrare nel tempo ai pueri plebei di Ferentino: legare il suo ricordo al sapore di un rito di passaggio, come la fine della fanciullezza, come il matrimonio, come l’agognata uscita dallo stato di plebeo. Un passaggio, in fondo, come la morte. 

Paolo Braconi

Docente del Corso di Laurea Ecocal dell'Università degli Studi di Perugia