I borghi del pomodoro
Sangiovese era coltivato sia dagli Etruschi sia, in seguito, dai Romani. È perlomeno possibile, quindi, la derivazione dal latino jugalis (passato, per esempio, nel francese antico a jouelle per indicare il sostegno somigliante a un
Dall’oro al rosso, il cammino del pomodoro ha attraversato oceani, secoli e culture, radicandosi profondamente nel paesaggio agricolo e nella memoria gastronomica italiana. Oggi rappresenta una delle colture simbolo del Bel Paese.
Sono numerosi i borghi che ne custodiscono la tradizione, tra antichi metodi di coltivazione, biodiversità recuperata, feste popolari e prodotti d’eccellenza. Tra i più celebri c’è il borgo di San Marzano sul Sarno, in provincia di Salerno, da cui prende il nome il pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino DOP, considerato a livello internazionale il re della conserva. Coltivato tra il Vesuvio e la Costiera Amalfitana, su terreni vulcanici ricchi di sali minerali, il San Marzano si distingue per la sua forma allungata, la buccia sottile e il sapore equilibrato tra dolcezza e acidità. Il territorio, oltre alla produzione, è custode di un sapere tramandato da generazioni: le piantine vengono legate a mano con rafia naturale e la raccolta si effettua esclusivamente a mano, più volte nel corso della stagione. Il borgo celebra questo legame con numerose sagre e con la Fiera del Pomodoro, che richiama ogni anno migliaia di visitatori. All’estremo sud della Sicilia,
Pachino è sinonimo di un’altra eccellenza: il Pomodoro di Pachino IGP, che identifica non una sola varietà ma quattro tipologie (Ciliegino, Costoluto, Tondo liscio, Grappolo). Il clima caldo e ventilato, la vicinanza al mare e i suoli salmastri creano condizioni perfette per una coltura saporita e ricca di antiossidanti. Oltre al prodotto, il borgo stesso merita una visita: fondato nel 1760 dai principi Starrabba di Giardinelli, conserva una griglia urbana razionale, piazze barocche e un legame vivo con la terra e l’acqua. Accanto a Pachino, spicca Marzamemi, suggestivo borgo marinaro che ospita una delle feste più iconiche dedicate al pomodoro, tra teatro, musica, cinema e gastronomia.
Spostandoci a nord, la provincia di Parma è stata storicamente uno dei centri principali della trasformazione industriale del pomodoro. A Collecchio, sorge oggi il Museo del Pomodoro, parte del circuito dei Musei del Cibo, che racconta la storia agricola e industriale della conserva italiana attraverso oggetti d’epoca, video e documenti storici. Il museo si trova nella Corte di Giarola, ex monastero e poi centro agricolo, un luogo che incarna la perfetta fusione tra tradizione contadina e innovazione industriale. Nel cuore della Puglia, Andria è uno dei comuni vocati alla coltivazione del pomodoro Regina di Torre Canne, una varietà antica e rustica, oggi presidio Slow Food. Si coltiva nelle terre sabbiose tra Andria, Fasano e Ostuni, ed è riconoscibile per il colore rosso intenso e il “ciuffo” verde che ne consente l’essiccazione in collane (i cosiddetti “ramasole”). da appendere nei balconi. Questa tecnica di conservazione, oltre a essere funzionale, rappresenta un patrimonio estetico e culturale, visibile nei vicoli dei borghi e nei mercati locali. Infine, non si può dimenticare l’area vesuviana, dove si coltiva un altro gioiello della biodiversità italiana: il pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP. I piccoli borghi di San Sebastiano al Vesuvio, Terzigno, Ottaviano e Massa di Somma sono al centro di questa produzione eroica, che avviene su terrazzamenti lavici, con tecniche antiche e resa volutamente contenuta. I pomodorini, raccolti a grappolo, vengono legati in “piennoli” e conservati appesi per tutto l’inverno, mantenendo intatto il loro gusto concentrato e il profumo minerale.