Vermouth, una storia illustrata
Dall’artemisia di Ippocrate ai manifesti di Cappiello e Depero, dai fumetti ai romanzi: il vino aromatizzato che ha acceso creatività e miti. “Paste e vermuttino”. Perfino le chine e i colori di Filippo Scozzari, esponente della
Dall’artemisia di Ippocrate ai manifesti di Cappiello e Depero, dai fumetti ai romanzi: il vino aromatizzato che ha acceso creatività e miti.
“Paste e vermuttino”. Perfino le chine e i colori di Filippo Scozzari, esponente della celebre scuola bolognese del fumetto, che negli anni ’80 tanto diede alla creatività delle bandes dessinéès, rende omaggio, nel suo sofferto e quasi allucinogeno volume Il dottor Jack, al Vermouth (o Vermut, Vermuth, Vermutte, a seconda dei punti di vista, per quanto dai primi del ‘900 il suo nome sia in comune uso come Vermouth); il protagonista del cartoon lo ordina entrando in un normalissimo bar di Torino. Il suo nome dovrebbe derivare, ed è perlomeno possibile, dal tedesco wermut, artemisia o assenzio, l’erba che lo caratterizza, oppure potrebbe essere un omaggio a Goethe o, ancora, legarsi a Casa Savoia, che voleva ribadire una discendenza dal Re Ottone II di Sassonia: nel caso la volontà sarebbe stata quella di dare un nome teutonico a un simbolo del Piemonte, per sancire il legame con la Germania. Grafia e pronuncia a parte, è di antiche origini, già noto nell’antica Grecia, dove veniva considerato come medicamento. Le erbe messe a macerare nel vino, infatti, si riteneva potessero lenire alcuni disturbi; si sostiene che il merito si debba addirittura a Ippocrate.

Di certo c’è, riagganciandoci all’incipit, che il Vermouth ha dato impulso a nuove idee di creatività, sia per le etichette delle bottiglie stesse con immagini simbolo e ancor di più forse per iconici manifesti pubblicitari che hanno reso questo vino aromatizzato noto e riconoscibile in tutto il mondo al punto, per citare la Settimana Enigmistica, da vantare innumerevoli tentativi d’imitazione. Nascono quindi delle collaborazioni di successo tra le aziende produttrici e gli artisti per locandine che hanno fatto storia.
Si pensi per esempio a Leonetto Cappiello: siamo negli anni ‘20 e i suoi lavori per Cinzano, Campari, Martini sono veri e propri capolavori di grafica pubblicitaria, fatta di colori vividi e immagini plastiche. E poi Marcello Dudovich, uno dei padri della creatività industriale italiana; agli inizi del Novecento diede vita al celebre manifesto del Bitter Campari, in bianco pensato per il pubblico femminile, in rosso invece per i consumatori maschili. La discriminante? Immediata e così semplice: il Vermouth Bianco per le signore, il Bitter per i signori. Non va nemmeno dimenticato Achille Luciano Mauzan, la cui arte diede luogo negli anni ‘30 a una celebre pubblicità per Carpano. C’è poi la genialità di Fortunato Depero, uno dei firmatari del manifesto dell’Aeropittura che potremmo anche chiamare Secondo Futurismo; con lui viene abbandonato lo stile in auge, il Liberty, le forme diventano futuristiche e dinamiche per una collaborazione, con Campari, che dà luogo sia a numerose campagne sia alla creazione della famosissima bottiglia monodose, ancora oggi presente. Sono nomi famosi per cartellonistica di pura eccellenza cui si aggiunge, anni dopo, il grande grafico e creativo Armando Testa, che crea per Carpano diverse pubblicità di immediatezza e semplicità e che, proprio anche per questo, rimangono nel tempo per efficacia e semplice eleganza. Su tutte, è la 26 rappresentazione del Punt e Mes, l’aperitivo con una punta di amaro e mezza di dolce rappresentato, appunto, dalla celeberrima sfera e mezzo. E, a proposito di Punt e Mes, una curiosità: forse non tutti sanno che, sempre a citare la Settimana Enigmistica, a Torino esiste un monumento dedicato al Vermouth. La scultura si chiama Sintesi 59, ed è collocata in piazza XVIII Dicembre, tra la vecchia e la nuova stazione ferroviaria di Porta Susa. È un omaggio di cinque metri di altezza di acciaio nero proprio ad Armando Testa, che ideò il logo del Punt e Mes nel 1960. Una sfera appoggiata su una semisfera, simbolo visivo così evidente e di forte impatto del punto e mezzo. Ma il famoso creativo è anche l’artefice del personaggio Re Carpano, il Re Vermouth che nella grafica brinda con i grandi personaggi storici del nostro paese. Torniamo per un attimo all’inizio, ai fumetti: “cosa c’è in un Martini?”, “Gin e Vermouth”, “miscelati insieme fanno…?”, “un Martini”, “mai sentito nominare”. È un dialogo dell’assurdo presente in uno dei cartoni animati dei Simpson, così come il protagonista di una famosa serie televisiva anime del Sol Levante si chiama Vermouth.

Di qui alla letteratura: Ernest Hemingway, in Addio alle Armi, scrive di Vermouth, o meglio ne cita una nota marca. Predilezione per quest’ultima o pubblicità occulta? Così come Edmondo De Amicis, nel suo Le Tre Capitali lo descrive come parte importante del rituale sociale di uscire a bere qualcosa: “Torino ha l’ora del Vermouth, l’ora in cui la sua faccia si colora e il suo sangue circola più rapido e più caldo” e altrettanto fa Cesare Pavese nel suo La Luna e i Falò. Da considerarsi come primo ready to drink in assoluto, ha conosciuto fasti così importanti da essere, molto tempo fa, sponsor di un’edizione del Giro d’Italia ma, per contro, pare che l’intelligenza artificiale, quella evidentemente ancora acerba di ChatGPT, non si sia ancora accorta che Salvador Dalì disegnò delle particolarissime bottiglie blu per la distilleria Buton… È arte, come lo sono, per esempio, la musica, nelle note dell’album Vermouth & Noche della rock band cilena I Los Tres, nel cinema, con evidenti rimandi al Vermouth dolce nel film Ricomincio da Capo e, quale ingrediente usato in miscelazione, nelle pellicole di James Bond, in Via Col Vento, Il Grande Gatsby e, addirittura, in A Qualcuno Piace Caldo, oltre alla pellicola Un Giorno di Festa. E sempre il cinema lo omaggia nel progetto romano chiamato Vermouth e Social accostandolo ad Anna Magnani, Giovanna Ralli e Monica Vitti, così come se ne occupa anche la poesia, attraverso il madrileno festival iberoamericano, tre giorni dedicati alla poesia, appunto, in dialogo con il Vermouth.

Al netto del fatto che questo vino aromatizzato può essere protagonista, ma se ne scrive in modo più approfondito in altre pagine, anche in cucina per arricchire salse, marinare carni e pesce, insaporire piatti di riso e come ingrediente in dessert gourmet, ci sono almeno un paio di leggende che vale la pena raccontare: la più curiosa narra che antichi produttori di Vermouth utilizzassero oli essenziali ricavati dalle bende delle mummie egizie come aromatizzanti. Si riteneva infatti che, essendo impregnate di oli e resine, bruciassero bene e che la loro polvere potesse essere utilizzata nei liquori. Si racconta poi, chissà se è vero, che poco prima che il Titanic affondasse nel 1912 il magnate John Jacob Astor IV avesse chiesto un aperitivo a base Vermouth… Ma fu altrettanto amato anche dallo scrittore inglese Edward Frederic Benton, che ebbe a dire “Il Vermouth mi rende sempre brillante, a meno che non mi renda idiota”. A chiudere, un suggestivo detto napoletano: “Vulè ‘a vermutta sempe da quaccheduno”. La traduzione? Letteralmente, ma è facile, è volere il Vermouth da qualcuno, per un significato chiaro e perentorio, quello di riferirsi a coloro che pretendono un favore senza mai rendere nulla in cambio.